Turismo Del Dolore Isola Del Giglio: l’esserci a costo dell’orrore…

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Che cosa non si fa per cinque minuti di popolarità… L’egocentrismo umano è spesso in grado di scavalcare la stessa umanità ed il rispetto per la morte. A pochi giorni dalla terribile tragedia che ha sconvolto l’isola di pescatori del Giglio, un terribile fenomeno ha rischiato di far parlare più del naufragio e delle ricerche disperate in cerca di uno scampolo di vita tra gli scomparti inabissati del gigante del mare. Si tratta del turismo del dolore, quell’orrorifica migrazione di disumanità verso i luoghi che sono balzati agli onori della cronaca, loro malgrado, per le terribili vicende che li hanno caratterizzati.

Numerosi speciali dei telegiornali nazionali di grosso calibro hanno ansiosamente seguito le disperate ricerche di chi è stato risucchiato dal mare per, probabilmente, una scriteriata manovra “pubblicitaria” o tradizionale. I familiari delle vittime soffrivano in silenzio e dietro i riflettori. Ci si interrogava sulle cause di cotanta tragedia e ci si chiudeva in una profonda riflessione di fronte alla perdita insensata di vite umane.

Ma non tutti gli italiani hanno reagito all’evento drammatico e quasi apocalittico, per i sopravvissuti, con quell’introspezione e quella riflessione benefica ai fini della comprensione. No, molti hanno pensato di prendersi, finalmente, la vacanza che si meritavano da anni. E, zaini in spalle e cestini da pic-nic, alcuni italiani (non pochissimi visto che il turismo sull’Isola, di solito “tenue” in bassa stagione, ha raggiunto picchi mai visti in gennaio) hanno raggiunto gli scogli della disgrazia.

No, non l’hanno fatto, casomai, per pregare o gettare un fiore in mare in ricordo dei naufraghi deceduti. No, hanno consumato un pranzo sugli scogli, osservando il relitto di una catastrofe, come se fosse un bello spettacolo e rendendo partecipi anche i propri figli in tenera età; poi, hanno scattato qualche foto ricordo. Sagome senza cuore con un sorriso che mal si accosta a quel gigante del mare accasciato su un fianco che tante vite ha portato con sé in quel rovinoso inabissamento.

Mi viene da dire: “Perchè?”. “Perchè porti tuo figlio in un luogo d’immenso dolore fingendo che sia un parco giochi per esibizionisti?”. “Perché macini chilometri su chilometri per insegnare a tuo figlio che esserci è più importante che rifletterci?. “E perché credi che immortalare il luogo di una tragedia possa essere una ragione valida per sorridere?”.

Il turismo dell’orrore, un fenomeno tutto italiano che, dal delitto di Avetrana, imperversa in lungo ed in largo nella penisola, richiamando persone in cerca di una popolarità spicciola e pronte a lucrare sul dolore altrui al motto del superficiale e vuoto: “Io c’ero…”. Il rispetto e la condivisione del dolore altrui dove sono finiti? Forse si sono inabissati nel mare della popolarità a tutti i costi…