Luigi Pirandello: siamo maschere moderne alla ricerca della vita fluente!



Luigi Pirandello fu uno scrittore e filosofo siciliano in grado di trasportare una visione del mondo nella nuova poetica romanzesca novecentesca. Egli abbracciò quel relativismo che nacque gradualmente dalla concezione psichica della pluralità dell’io. L’individuo non è unico e coerente, ma è scomponibile in varie persone in lotta fra loro. La vita è un flusso continuo che è lecito bloccare in una maschera. Tutti, al giorno d’oggi, fingiamo di trovare la nostra ragione di vita in quella maschera, in quell’idea che ci siamo fatti di noi stessi o in quel ruolo convenzionale che la società ci ha imposto. Ma quante volte assaporiamo davvero la felicità? Quante volte tocchiamo con mano quel flusso vitale, ininterrotto, che scorre dentro di noi? Quasi mai. Anche perché prendere coscienza della scissione tra forma (la maschera che ognuno di noi indossa nei vari ambiti della vita quotidiana) e vita stessa significa guardarsi vivere, diventare maschera nuda cosciente della propria disintegrazione e della propria scissione con la realtà (proprio come accade al protagonista di Il Fu Mattia Pascal). Guardarsi vivere, come un attore che recita un copione prestabilito studiando le mosse o proseguire una vita fittizia che esordisce primariamente con la scelta di un convenzionale nome? L’umorismo è il tramite letterario per trasferire il relativismo nel romanzo. Esso è una poetica che non propone soluzioni a questo “male di vivere”, a quest’insofferenza dell’uomo. Esso scinde vita e forma e “toglie le maschere” che ci siamo posti con convinzione sul viso, svelando la nostra ipocrisia, la nostra insensatezza, la lontananza tra la vita che pullula in noi e quell’immagine di noi che non ci rappresenta a pieno.

Questa visione, fortemente psichica, viene abbracciata, oggi, da numerosi psichiatri e psicologi quando gli individui mostrano disturbi della personalità e/o attacchi di panico. Questi ultimi affliggono sempre più individui, individui bloccati nelle convenzioni, in forme che non gli appartengono. Noi siamo mogli, madri, insegnanti, scrittori… Siamo tutto questo, non una sola di queste cose. Quando non siamo in grado di sentire il flusso della vita che ci abbraccia e di entrare in contatto col nostro io più profondo, convincendoci che una sola di queste forme è vita stessa, ecco che quel fluire esplode prepotentemente nell’attacco di panico, dimostrandoci che quel movimento vitale c’è; è dentro di noi e che se resteremo inermi ed ovattati in convenzioni sterili sarà quel fluire stesso ad invaderci come un fiume in piena. La malattia ci farà prendere coscienza di noi stessi, ci farà avvertire finalmente il nostro io, risveglierà la coscienza, ma saremo davvero in grado di ritrovare il collante con la vera vita, togliendoci la maschera?

Per Luigi Pirandello non esiste una maniera concreta di togliersi la maschera. Il fu Mattia Pascal tenta lo sdoppiamento della personalità, divenendo Adriano Meis, ma scoprirà così di essere diventato un nessuno; di aver effettuato uno scollamento tra forma e vita e che l’unica soluzione alla sua insofferenza sarà guardarsi vivere, al pari di un attore sul palco. Il protagonista di Uno, Nessuno, Centomila dopo aver avvertito soggettivamente un’esistenza moltiplicata in cento forme, prenderà una strada diversa, quella del nessuno, dell’annullamento in una sorta di vita panica, ma non trionfalistica.

Quali altre soluzioni ci offre Luigi Pirandello all’alienazione del vivere? Nella novella Il Treno Ha Fischiato, egli relega la coscienza vitale al mero spazio della fantasia. Belluca è uno dei tanti impiegati, oppressi dal peso di una vita chiusa, monotona ed opprimente e bloccata negli stereotipi. Per gli altri egli indossa unicamente la maschera dell’impiegato modello, calpestato anche in famiglia. Tuttavia, un giorno, l’epifania sarà per lui il fischio del treno. Quel suono gli ricorderà il fluire delle cose e della vita nel suo io e quella semi-pazzia conseguente sarà, in fondo, positiva, ma, al contrario, verrà vista negativamente da chi ormai è imbrigliato nelle convenzioni della società che non permettono sgarri alle regole. Fantasticare o impazzire, è questa la soluzione?

La pazzia è ribadita prepotentemente nell’Enrico IV. Egli finge la pazzia per distanziarsi da un mondo vuoto di maschere buffe, ma in fondo, proprio per questo, è lui ad essere considerato il reietto, il pazzo, proprio per la sua recita. Ma la recita è l’unico modo per aderire alle maschere che tutti gli altri indossano. I rapporti sono basati sul nulla, poiché noi conosciamo solo un mero aspetto, del tutto superficiale, degli altri. Niente di più moderno… Quante volte matrimoni solidi finiscono perché accade qualcosa che ci fa comprendere di non conoscere più l’altro? L’impossibilità di conoscere nel profondo l’altra persona ci relega in un universo fittizio, a maschere buffe, ma non esenti dall’occhio pregiudizievole degli altri. La civiltà ed il dare nomi alle cose ha disintegrato il rapporto armonico con l’io e con la natura ed una recita continuata è l’unico modo per poter vivere.

La civiltà moderna ci ha condotti all’alienazione ed alla follia? Quanto sopporteremo i soprusi lavorativi, nascosti dietro la maschera dell’impiegato modello? Ma saremo disposti a “far follie” pur di mostrare quel lato indomito che galleggia sulla nostra coscienza e nelle persone maggiormente sensibili potrà riemergere con forza, sottoforma di disequilibrio psichico?

I pazzi chi sono? Coloro che aderiscono alle convenzioni o chi ha il coraggio di abbandonare una maschera che distrugge un autentico rapporto con la vita? E, voi, avete trovato la vostra maschera?