C’è che le chiama NDE o chi semplicemente esperienze premorte, ma secondo quanto affermano due neuroscienziati dell’Università di Cambridge e dell’Università di Edimburgo sarebbero esclusivamente dei fenomeni spiegabili tranquillamente a livello biologico. Così i famosi tunnel, con tanto di luce al termine, e i leggendari defunti che si incontrerebbero nelle cosiddette esperienze premorte non sono affatto fenomeni che si rivelano solo al confine tra la vita e l’aldilà, ma reazioni cerebrali che avverrebbero nella corteccia parietale e in quella parafrontale.
In particolare tale sintomo è evidente nella sindrome di Cotard. Inoltre in riferimento alle testimonianze di incontri con persone defunte, così come mostri o fantasmi, sarebbe vincolata a pazienti affetti dal Parkinson a causa di un funzionamento anormale della dopamina che provoca per l’appunto allucinazioni.
A chi invece è capitato di avere la sensazione di rivivere dei momenti già vissuti, come il più classico dei deja-vù, questa esperienza potrebbe dipendere dal locus coeruleus, un nucleo strettamente legato a quella zona del cervello che regola le emozioni e la memoria.
Infine per la classica luce avvistata alla fine del tunnel, malgrado l’idea comune che quella luminosità corrisponda al ritorno alla vita, la causa andrebbe ricercata semplicemente nell’esaurimento del flusso di ossigeno e sangue agli occhi.



































