Donne Afghane, sposare il proprio aguzzino è considerata giustizia!



Occidente. Matrimoni su matrimoni. Divorzi su divorzi. Cause, spesso motivate da intenti vendicativi, per spillare sempre più soldi agli ex mariti. Afghanistan: nessun divorzio, nessun matrimonio libero, ma solo una prigionia quotidiana nella quale le donne sono costrette a vivere! Il 2012 inizierà in Occidente, così come in Oriente eppure, se per un attimo si mettessero da parte le velleità occidentali, si scoprirebbe un mondo nel quale il tempo sembra essersi fermato ad un Medioevo arcaico, maschilista e misogino. Gli stati che si ergono sulla Legge Islamica e che la seguono pedissequamente confinano la donna, come spesso vi abbiamo fatto notare, ad un ruolo secondario, irrisorio ed umiliante, nella società. La donna non ha potere decisionale. La donna non può alzare la voce, così come non può alzare, in pubblico, il velo che cela la sua bellezza. La donna deve rimettersi al giudizio degli uomini della sua casa e passare da un padrone all’altro, rinunciando ai suoi sogni e sprecando i propri talenti. Non è un altro mondo. Non è fantascienza. Questo accade, ogni giorno, in Afghanistan.

Gulnaz ha solo 20 anni. In America oppure in Italia, una ragazza della sua età potrebbe godersi la spensieratezza del fiore degli anni. Gulnaz, invece, ha subito un trauma enorme. Ha subito una violenza. In un qualsiasi paese civile, una donna che subisce violenza viene protetta dalla legge. La magistratura dovrebbe, ovviamente, punire e condannare il suo aggressore e cercare un modo per rendere la via dell’oblio più facile all’animo scosso di una giovane donna violata. Sembra banale, logico. Eppure, in Afghanistan, una donna violata va in prigione. Una donna che viene privata della sua innocenza e che viene  umiliata fisicamente non è degna di restare nella società “civile”! Gulnaz non ha potuto scegliere se far nascere o meno il frutto di un atto realmente impuro. La piccola, adesso, ha due anni e non ha visto altre pareti se non quelle del carcere. Gulnaz ha sopportato una violenza, poi il carcere ed, ancora, il dolore di dover crescere una bambina tra le mura avvilenti e scalcinate di un carcere.

La vita, però, sembra doverle destinare altri dolori. I fratelli della ragazza, infatti, le hanno intimato: O sposi il tuo aggressore o rinunci alla tua vita! Il disonore, in Afghanistan, è più importante dell’amore fraterno; è meno sacrificabile di una vita umana. Tre appelli hanno decretato la sorte di Gulnaz, tre anni di prigione e sette per il suo aguzzino! Solo quattro anni in più per un uomo capace di violare una donna. Tre anni per un’innocente, vittima della più atroce delle ingiustizie! Gulnaz, uscita dal carcere, dovrà aspettare l’uomo che le ha rovinato la vita e la reputazione ed, invece di cercare di dimenticare il suo volto, come ogni donna, vittima di violenza, dovrebbe cercar, faticosamente, di fare, per la sua stabilità psichica, dovrà vederlo davanti a sé ogni giorno della sua vita; dovrà accettare i suoi ordini e dovrà tacere di fronte ai rimproveri che egli farà alla loro figlia, nata in modo abominevole. Gulnaz, disperata, afferma: “Non so che razza di governo abbiamo, non hanno pietà!”. Ce lo chiediamo anche noi e, proprio noi, donne, per molti versi, così fortunate, quantomeno per il poter esprimere liberamente il nostro io, dobbiamo gridare al mondo la nostra indignazione per la violenza che questa giustizia mette in atto, ogni giorno!